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Mi avvicinai alle grandi casse di legno e ai tralicci metallici e iniziai a girarci intorno per controllare. Cominciavo a pensare di essermi sbagliato quando, dietro una delle ultime casse, vidi qualcosa di chiaro. Mi avvicinai lentamente chiedendo ad alta voce «C’è qualcuno? Chi è lì?» senza ottenere risposta.
Indubbiamente però c’era qualcosa e, man mano che mi avvicinavo, capii sempre con maggiore chiarezza che si trattava di una sagoma umana. Rallentai e continuai a chiamare senza ottenere risposta o generare movimenti.
Arrivato più vicino compresi che si trattava di qualcuno seduto in terra e appoggiato al cassone con le braccia abbandonate lungo i fianchi fino al terreno, la testa china sul petto. Immobile. Ebbi una sgradevole sensazione. «Ha bisogno di aiuto?» dissi mentre saliva la mia tensione «Posso fare qualcosa per lei?» Anche questa volta non ebbi risposta.
Mi avvicinai ancora rinnovando le mie offerte d’aiuto. Ormai ero a un metro e vidi che la persona sembrava priva di sensi. Indossava solo degli short e una canottiera corta. Il corpo, in gran parte scoperto, mostrava una carnagione pallida, chiarissima, quasi bianca. Il capo abbandonato sul seno lo copriva in parte ma, nonostante l’evidente rasatura a zero, avevo l’istintiva convinzione che si trattasse di una donna.
Con sollievo vidi che respirava anche se non reagiva ai miei solleciti verbali. Non avevo il coraggio di toccarla per cui ripetei, con il tono più rassicurante che potevo «Signora, posso aiutarla?» Per un attimo non ci fu ancora alcun esito. Poi, con una lentezza che mi sembrò insopportabile, il capo si rialzò dal petto e si girò verso di me. Mi apparve un volto diafano ma dai lineamenti perfetti. Due occhi profondamente neri mi fissarono come se mi stessero mettendo a fuoco. Poi, come se avessi superato un esame, si addolcirono e mi sorrisero riconoscenti all’unisono con la bocca rosa pastello che sembrava disegnata da un’artista.
Disse solo «Grazie.» E io mi persi per sempre.
***
La trovavo bellissima. Non avevo visto mai un’ovale così perfetto, dei lineamenti così puri. Nonostante la mancanza della cornice dei capelli, spesso così utile a dare risalto ai punti di forza rispetto ai difetti, quel volto era… cos’era? «Armonia!» mi dissi «Armonia e dolcezza.»
Mi accorsi che era almeno mezzo minuto che la fissavo. Mi scossi e ripetei «Posso aiutarla in qualche modo?» Lei mosse lievemente il capo e, con evidente fatica, mormorò «Solo un attimo. Mi serve un attimo…» «D’accordo» risposi «resto qui accanto. Sono a sua disposizione.» E mi sedetti su una cassa di fronte.
Lei aveva riabbassato il capo sul petto. Ora il respiro era più evidente di prima e la testa si alzava e abbassava a un ritmo costante. Non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso mentre mi facevo mille domande. La osservai con attenzione. Notai che anche le ciabattine infradito ai piedi erano bianche come i pantaloncini e la maglietta. Il chiarore della carnagione mi dava l’idea che avessi a che fare con una statua classica proveniente da una mostra d’arte. Oppure, per via del cranio scoperto e rotondo, con un manichino di qualche grande magazzino stufo di stare in vetrina e fuggito a un concerto per rompere la monotonia.
L’ultimo pensiero mi strappò una piccola involontaria risata. Questa volta lei reagì sollevando il volto e sorridendomi di nuovo. Sembrava meno stanca di qualche minuto prima. Non riabbassò la faccia ma appoggiò la nuca alla cassa e si guardò intorno. Suppongo non vide molto visto che eravamo circondati da casse e tubi metallici. «Questo è il dopo-concerto» le dissi sorridendo «quello che il pubblico non vede. Lo spettatore va a casa con il ricordo della musica e l’immagine di un sogno. Noi quel sogno lo smontiamo quando lui non c’è più.»
«La musica…» mi rispose piano «La musica è il mio mondo.»